Olistici, non perfetti: cosa significa davvero l'olismo

Una ciotola kintsugi su velluto rosso, le crepe riparate con l'oro
6 ottobre 20269 min di lettura

Giovedì 8 ottobre alle 20:30 si apre la stagione di Oligenesi Club con l'incontro «Olistici, non perfetti», condotto da Lucia Fiorelli. Prima di entrare nel tema, partiamo dalla parola da cui viene tutto.

Che cos'è l'olismo

«Olismo» deriva dal greco òlos, che vuol dire «tutto», «intero», «totalità». Già Aristotele, nella Metafisica, lo diceva in altre parole: il tutto è più della somma delle sue parti.

Nel benessere questo significa una cosa semplice e concreta. Una persona non è la somma di organi e funzioni separati. Se si isola una parte di un sistema vivente, si perde proprio ciò che lo rende vivo. Ognuno di noi è corpo, mente, emozioni e spirito, e queste parti si influenzano di continuo.

Il termine «olismo» nella forma moderna è stato coniato nel 1926 dal filosofo e statista sudafricano Jan Christiaan Smuts. Da allora molti campi della ricerca hanno studiato la stessa intuizione: per esempio la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), che osserva come pensieri, stress ed emozioni interagiscono con il sistema nervoso, ormonale e immunitario.

Dalla macchina alla persona

Dal Seicento in poi la scienza occidentale ha lavorato soprattutto con un modello meccanico, quello di Cartesio: la mente, la coscienza e l'anima da una parte, il corpo fisico dall'altra, trattato come una macchina da misurare.

La medicina specialistica ha fatto progressi enormi curando il pezzo che non funziona. Allo stesso tempo ha spesso lasciato da parte il vissuto emotivo e la storia della persona. L'approccio olistico prova a tenere insieme le due cose, senza sostituire la medicina.

Le quattro dimensioni

Chi accoglie una persona con uno sguardo olistico osserva quattro dimensioni, sempre collegate tra loro.

  • Biologica: il corpo, la postura, le funzioni.
  • Psicologica: i pensieri, le emozioni, le credenze che limitano, i vissuti.
  • Sociale: le relazioni, il lavoro, il contesto in cui una persona vive.
  • Spirituale: il senso che una persona dà alle cose, i suoi valori, il suo modo di stare nel mondo.
Trattamento viso in un ambiente caldo: le mani dell’operatore accompagnano la persona

Il lavoro olistico passa dal contatto: presenza, ascolto e mani che non hanno fretta.

Il ruolo: un facilitatore, non un medico

Chi lavora in questo campo non è un medico e non cura nel senso clinico del termine. Il suo ruolo è facilitare il benessere. Ippocrate parlava della vis medicatrix naturae, la forza naturale che ogni organismo ha per riequilibrarsi: l'operatore non aggiunge niente dall'esterno, crea le condizioni perché la persona ritrovi le proprie risorse.

Lavorare anche online richiede un'attenzione in più. Guardare la telecamera e non solo lo schermo, ascoltare senza giudicare, restare presenti e silenziosi: l'operatore deve essere uno specchio limpido, in cui chi ha davanti può vedersi.

La cassetta degli strumenti olistici

Gli strumenti di chi lavora in questo campo non sono un elenco da applicare uguale a tutti: si scelgono guardando la persona che si ha davanti, il momento che sta attraversando e quello che chiede. Sono modi diversi di arrivare allo stesso punto, cioè riportare qualcuno dentro il proprio corpo.

  • Il tocco: il massaggio e le tecniche manuali, che lavorano sulla tensione e sulla percezione di sé.
  • Il respiro: rallentarlo e portarlo nell’addome cambia in pochi minuti lo stato del sistema nervoso.
  • Le essenze e gli oli: l’olfatto arriva prima del pensiero, ed è la via più breve verso la memoria e l’emozione.
  • Il suono e il movimento: vibrazione, ritmo, camminata, allungamento. Rimettono in circolo ciò che è fermo.
  • L’ascolto e la parola: a volte lo strumento è restare in silenzio mentre qualcuno finisce una frase.

Nessuno di questi strumenti cura una patologia e nessuno sostituisce un trattamento medico. Servono a creare le condizioni perché la persona ritrovi il proprio equilibrio: è la differenza fra accompagnare e intervenire.

Confini che proteggono tutti

In Italia la figura dell'operatore olistico è una professione non organizzata in ordini, disciplinata dalla Legge 4/2013. È una professione legittima, che si fonda su trasparenza, correttezza e aggiornamento continuo. Proprio per questo ci sono confini che non si superano.

  • Niente diagnosi: non si dice a una persona che ha una patologia.
  • Niente terapie cliniche: non si prescrivono farmaci né integratori a scopo terapeutico, e non si suggerisce mai di sospendere le cure del medico.
  • Indirizzare quando serve: se una persona mostra un disagio che riguarda la medicina o la psichiatria, il compito è mandarla da chi può occuparsene.

Anche il linguaggio conta. Chi lavora così accoglie una persona, non un paziente; svolge una sessione o un trattamento, non una visita; favorisce il riequilibrio e il benessere, non la guarigione clinica.

Tre impegni che vengono prima della tecnica

Prima ancora della manualità, chi accoglie una persona si assume tre impegni. Non sono formalità: sono ciò che rende possibile a qualcuno affidarsi.

  • Il segreto professionale: quello che una persona racconta durante una seduta resta in quella stanza. Non diventa un esempio, un aneddoto, un contenuto.
  • Il consenso informato: si spiega che cosa si farà, perché e con quali limiti, e si chiede il permesso prima di toccare. Un consenso dato una volta non vale per sempre.
  • L’onestà intellettuale: si dice quello che si sa fare e quello che non si sa fare, non si promettono risultati e non si lascia credere che un trattamento possa sostituire una cura.

Sono anche la differenza fra una professione e un’improvvisazione, e sono il modo più concreto di applicare la Legge 4/2013: trasparenza verso la persona, correttezza verso i colleghi, aggiornamento verso sé stessi.

Operatrice olistica accanto a una donna in gravidanza, una mano sulla spalla

Accogliere una persona significa guardare tutta la sua situazione, non solo il sintomo.

Questo è il tema di uno degli incontri dal vivo di Oligenesi Club. Scopri Oligenesi Club.

Il mito della perfezione

Qui c'è il punto che più interessa chi lavora con le persone. Spesso il racconto spirituale e olistico vende l'idea che, una volta iniziato il percorso, la vita diventi una linea retta di pace, senza rabbia e senza fatica. Non è olismo. È marketing della spiritualità.

Un operatore che si presenta perfetto si allontana da chi ha davanti, e chi gli siede di fronte si sente sbagliato.

L'olismo include anche l'ombra: non la cancella, la accoglie.

Il mito greco di Chirone aiuta a capirlo. Il centauro, medico degli dèi, colpito da una freccia avvelenata non riesce a guarire se stesso. È proprio la sua ferita a dargli la compassione per curare gli altri. Le nostre difficoltà, i lutti, le separazioni, i vuoti, non sono un ostacolo al nostro lavoro: sono il materiale da cui nasce la capacità di stare accanto a qualcuno senza giudicarlo.

Vale anche per la sindrome dell'impostore, quel pensiero che sussurra «come puoi aiutare gli altri, se la tua vita non è ancora a posto?». La risposta olistica è più semplice: si aiuta camminando accanto, non guardando dall'alto.

Tre strumenti che ogni operatore può usare fin da subito.

  • Dire «non lo so». «In questo momento non ho la risposta giusta, ma la cerchiamo insieme» toglie ansia da prestazione a te e restituisce dignità al percorso dell'altro.
  • Mostrarsi umani. La vulnerabilità, come ricorda Brené Brown, non è debolezza: è la misura del coraggio, e crea subito uno spazio di fiducia.
  • Accettare il limite. Non sapere fare tutto non è un fallimento: è il punto da cui parte la formazione successiva.
Operatrice olistica sola nella sua stanza prima della seduta: occhi chiusi, una mano sul petto, il lettino gia preparato

Prima di un incontro: radicarsi, respirare, preparare lo spazio.

Le pratiche per restare centrati

Chi accompagna gli altri deve prendersi cura del proprio spazio interiore. Tre gesti semplici.

  • Radicarsi: prima di un incontro, immaginare le proprie radici che scendono dai piedi verso la terra, per lasciare andare le tensioni in eccesso.
  • Centrarsi sul cuore: durante il lavoro, tenere l'attenzione sul respiro addominale e sul petto, per restare nell'empatia senza farsi carico dei pesi dell'altro.
  • Pulire lo spazio: a fine incontro, areare la stanza e chiudere la sessione con un gesto di pulizia, come un'erba aromatica o un olio essenziale.

L'8 ottobre, con Lucia Fiorelli

«Olistici, non perfetti» è il primo incontro della stagione del Club. Dalle 20:30 alle 23:00, su Zoom, parliamo di come essere olistici senza fingersi perfetti: dal rapporto con il proprio corpo e le proprie emozioni, al modo di stare davanti a un cliente quando non si ha la risposta.

Oligenesi Club è per chi lavora con il massaggio e il benessere, per chi sta iniziando e per chi lo coltiva come passione. Ogni incontro si vive dal vivo, con i docenti e con gli altri membri.

Domande frequenti

L'operatore olistico può fare una diagnosi?

No. La diagnosi è un atto medico. Chi lavora in ambito olistico osserva, ascolta e accompagna, ma non attribuisce patologie e non prescrive terapie. Se emerge un disagio che riguarda la medicina o la psicologia, il compito è indirizzare la persona verso chi può occuparsene.

Serve una qualifica per lavorare come operatore olistico in Italia?

È una professione non organizzata in ordini, disciplinata dalla Legge 4/2013: non esiste un albo obbligatorio, ma la legge chiede trasparenza verso il cliente, correttezza e aggiornamento continuo. La formazione non è un obbligo di legge: è ciò che rende il lavoro serio e difendibile.

Che differenza c'è fra un operatore olistico e un medico?

Il medico cura una patologia; chi lavora in ambito olistico facilita il benessere della persona. Non sono alternativi e non sono in competizione: uno interviene, l'altro accompagna. Un trattamento olistico non sostituisce mai una cura.

Si può lavorare anche online?

Sì, per la parte di ascolto, respiro e pratiche di consapevolezza. Cambia però l'attenzione richiesta: guardare la telecamera e non solo lo schermo, lasciare i silenzi, restare presenti. Il contatto manuale, evidentemente, resta una cosa che si fa in presenza.

Bisogna essere «a posto» con sé stessi per accompagnare gli altri?

No, e crederlo è il modo più rapido per non cominciare mai. Serve conoscere le proprie ferite abbastanza da non scaricarle su chi si ha davanti. Dire «non lo so» è una competenza, non un'ammissione di incapacità.

A cura della redazione di Oligenesi Club, il club in abbonamento di Oligenesi, Scuola Professionale di Massaggio. I contenuti di questi articoli nascono dagli incontri dal vivo con i docenti dell’Accademia: ogni mese un tema diverso, con chi lo pratica tutti i giorni.

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In Oligenesi Club ogni mese c'è un incontro dal vivo con i docenti, la registrazione di ogni incontro e un attestato di partecipazione. Scegli il piano e sei dentro.

Le informazioni di questo articolo hanno scopo formativo e divulgativo. Non sostituiscono il parere di un medico o di un altro professionista sanitario.

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