Il linguaggio delle mani: cosa dice il tocco prima della tecnica

Un'operatrice appoggia le mani sulle spalle di una cliente seduta, in uno studio di benessere
13 ottobre 20269 min di lettura

Giovedì 12 novembre alle 20:30 Oligenesi Club si ritrova per il secondo incontro della stagione, «Il linguaggio delle mani», condotto da Nicole Antonelli, operatrice olistica e counselor. Prima di arrivarci, partiamo da una domanda che viene prima di qualunque manovra: che cosa dicono le mani, mentre lavorano?

Il tatto è il primo linguaggio che abbiamo imparato

La pelle e il sistema nervoso nascono dallo stesso foglietto embrionale, l'ectoderma: sono due parti della stessa cosa, separate dallo sviluppo e non dall'origine. Ed è per questo che il tatto è il primo senso a formarsi, intorno all'ottava settimana di gestazione, molto prima della vista e dell'udito.

Quando tocchiamo qualcuno, quindi, non stiamo inaugurando un canale nuovo: stiamo usando il più antico che quella persona possiede. L'antropologo Ashley Montagu lo scrisse già nel 1971 in Touching, e lo psicoanalista Didier Anzieu ci costruì sopra l'idea di Io-pelle: la pelle come primo confine fra sé e il mondo, il luogo dove impariamo dove finiamo noi e dove comincia un altro.

Un dato che lo rende concreto: nella mappa della corteccia somatosensoriale disegnata dal neurochirurgo Wilder Penfield, le mani e le labbra occupano una porzione enorme, sproporzionata rispetto alla loro superficie reale. Il nostro cervello dedica al tatto delle mani uno spazio che non dedica quasi a nient'altro.

Una mano ferma non è una mano che non fa niente

C'è un'abitudine difficile da togliersi: pensare che il lavoro cominci quando la mano si muove. Chi riceve, però, sta già ricevendo qualcosa dal momento in cui la mano si posa.

La ricerca sul tocco ha descritto una classe di fibre nervose, le fibre C-tattili, studiate fra gli altri da Åke Vallbo, Håkan Olausson e Francis McGlone. Non servono a riconoscere la forma o la consistenza di un oggetto: rispondono soprattutto a un contatto lento e leggero, alla temperatura della pelle, intorno ai tre centimetri al secondo. E non arrivano dove arrivano le altre informazioni tattili: proiettano verso l'insula, una zona legata a come sentiamo il nostro stesso corpo dall'interno.

Detto in modo semplice: esiste una via del tatto che non trasporta dati, trasporta qualità. Ed è la via che si attiva proprio quando le mani rallentano. Questo cambia il significato di tre cose che spesso trattiamo come dettagli.

  • Il ritmo: una manovra veloce e una lenta non sono la stessa manovra a due velocità. Per chi riceve sono due messaggi diversi.
  • Le pause: una mano che resta ferma dà a chi sta sotto il tempo di accorgersi di essere toccato, invece di subire una sequenza.
  • L'intenzione: non è una parola mistica. È la differenza fra una mano che esegue un programma e una mano che aspetta una risposta, e si sente subito.

Sentire e spiegare sono due operazioni diverse

Qui c'è il punto più scomodo del mestiere, e vale per chi ha due mesi di pratica come per chi ne ha venti anni.

Le mani percepiscono qualcosa: una zona più dura, un respiro che si blocca, un movimento che si ferma. Un istante dopo, senza accorgercene, abbiamo già prodotto una spiegazione — è stress, qui ha un blocco, questa persona non si lascia andare.

Quella spiegazione non è più il dato: è un'interpretazione, nostra, costruita con la nostra storia e la nostra formazione. Spesso è plausibile, a volte è giusta. Ma nel momento in cui la prendiamo per vera smettiamo di percepire, perché cominciamo a cercare conferme di ciò che abbiamo già deciso.

Allenare l'ascolto significa soprattutto tenere separate le due cose e restare un po' più a lungo sulla prima. Non «che cosa vuol dire questo», ma «che cosa sto sentendo, esattamente».

Una mano appoggiata ferma sulla schiena di una persona distesa su un lettino

Il ritmo con cui una mano si posa arriva prima di qualunque manovra.

Le parole che accompagnano le mani

C'è una conseguenza diretta, e riguarda quello che diciamo mentre lavoriamo.

Frasi come «sei bloccatissima», «qui è tutto contratto», «hai una tensione fortissima» sembrano innocue, e sono il modo più rapido di consegnare a qualcuno un'idea del proprio corpo che poi si porterà a casa. Gli studi sulla comunicazione in ambito clinico mostrano da tempo che le parole di chi assiste modificano l'esperienza di chi riceve, anche in senso negativo: è l'effetto nocebo, il gemello scomodo del placebo.

Non significa nascondere quello che si sente. Significa dirlo come osservazione e non come sentenza: «qui sento una zona più rigida, proviamo a starci un momento» descrive la stessa cosa senza installare una diagnosi che non ci compete fare.

Ogni persona vive il contatto in modo diverso

Due persone con la stessa zona dolorante, lo stesso lavoro e la stessa età non hanno lo stesso rapporto con l'essere toccate. Dipende dalla storia, dalle esperienze, da quanto contatto hanno avuto nella vita, dalla giornata che hanno avuto oggi.

Per questo non si può sapere in anticipo che cosa sta provando chi abbiamo davanti, né di che cosa ha bisogno. La domanda viene prima dell'ipotesi, e la risposta può cambiare da un incontro all'altro con la stessa persona.

È anche il motivo per cui il consenso non si chiede una volta sola. Si spiega che cosa si farà, perché e con quali limiti, e si lascia aperta la possibilità di cambiare idea: un permesso dato all'inizio non copre tutto quello che viene dopo.

Ascoltare prima di intervenire

Nella pratica, l'ascolto è fatto di cose molto poco poetiche.

  • Rallentare: la fretta è il rumore di fondo che copre tutti i segnali deboli.
  • Guardare le risposte: il respiro che cambia, una spalla che si solleva, una mano che si chiude. Sono informazioni, e arrivano mentre lavoriamo, non alla fine.
  • Adattare: se quello che avevamo in mente non è quello che serve, si cambia. Il protocollo è un punto di partenza, non un obbligo verso sé stessi.
  • Dare spazio alla parola: a volte la cosa più utile è smettere di parlare e lasciare che la frase di qualcuno arrivi fino in fondo.

Anche scegliere di non intervenire è ascolto.

Restare fermi su una zona, aspettare, non aggiungere una manovra perché il silenzio ci mette a disagio: non è tempo perso. Spesso è il momento in cui succede qualcosa.

Un'operatrice lavora sulla spalla di una donna seduta e le guarda il viso per osservarne la reazione

Guardare chi si ha davanti mentre si lavora: il respiro e le spalle rispondono prima delle parole.

Questo è il tema di uno degli incontri dal vivo di Oligenesi Club. Scopri Oligenesi Club.

Tecnica e presenza non sono in concorrenza

C'è un malinteso che gira parecchio: che occuparsi della presenza voglia dire occuparsi meno della tecnica, come se la sensibilità fosse un'alternativa alla competenza.

Non lo è. Una manualità precisa resta una manualità precisa, e nessuna presenza sostituisce il saper fare. Quello che cambia è come arriva quella manualità: la stessa manovra, eseguita con attenzione ai tempi e ai limiti della persona, non produce la stessa esperienza di quella stessa manovra eseguita addosso a qualcuno.

Chi ha studiato molto lo sa per esperienza contraria: capita di eseguire tutto correttamente e di accorgersi, alla fine, di non aver mai davvero incontrato nessuno.

Le mani percepiscono molto, non sanno tutto

È la parte che richiede più onestà. Con l'esperienza le mani diventano capaci di cogliere differenze finissime, e quella capacità è reale. Ma percepire una differenza non è conoscerne la causa, e non autorizza a dire a una persona che cosa ha.

Resta il confine di sempre, che in Italia è anche quello della Legge 4/2013: nessuna diagnosi, nessuna terapia, nessun consiglio di sospendere le cure del medico. Quando emerge qualcosa che riguarda la medicina, si indirizza la persona a chi se ne può occupare.

La sensibilità di un operatore, quindi, non sta solo nel sentire. Sta nel sapere che cosa fare di ciò che sente: che cosa dire, che cosa tacere, che cosa approfondire e che cosa lasciare dov'è.

Le mani di un'operatrice lavorano lentamente sull'avambraccio e sulla mano di una persona

Le mani imparano a distinguere molto. Quello che hanno sentito, però, non si traduce in una diagnosi.

Un trattamento è una relazione, non un'operazione

Tutto quello che viene prima porta qui. Quando una persona si sdraia su un lettino non ci consegna una schiena: ci consegna sé stessa, con la giornata che ha avuto, quello che si aspetta e quello che teme.

Il massaggio non è soltanto qualcosa che le mani fanno a un corpo. È uno spazio in cui qualcuno viene ascoltato attraverso il contatto, ed è la cosa che le persone raccontano quando tornano.

Il 12 novembre, con Nicole Antonelli

«Il linguaggio delle mani» è il secondo incontro della stagione del Club. Giovedì 12 novembre, dalle 20:30 alle 23:00, su Zoom, con Nicole Antonelli, operatrice olistica e counselor.

È un incontro partecipato: non una lezione frontale da ascoltare, ma due ore e mezza in cui si lavora insieme, ci si confronta e si condivide quello che emerge. Si parla di presenza e di contatto, di come si allena l'ascolto e di che cosa lo ostacola, e di come tutto questo cambia il modo di stare davanti a un cliente.

Oligenesi Club è per chi lavora con il massaggio e il benessere, per chi sta iniziando e per chi lo coltiva come passione. Ogni incontro si vive dal vivo, con i docenti e con gli altri membri.

Domande frequenti

Perché si parla di «linguaggio» delle mani?

Perché il contatto trasmette qualcosa anche quando non esegue nulla. Il ritmo con cui una mano si muove, le pause che fa e il momento in cui si ferma arrivano a chi riceve prima e più di una manovra: in questo senso le mani dicono qualcosa, e chi le usa farebbe bene a sapere che cosa stanno dicendo.

Serve già esperienza per seguire questo incontro?

No. Il tema riguarda chi ha molte ore di pratica alle spalle come chi sta iniziando: la differenza fra percepire e interpretare si presenta allo stesso modo al primo trattamento e al millesimo. Chi ha più esperienza porta i propri casi, chi comincia porta domande più fresche.

Che differenza c'è fra «sentire» e «interpretare»?

Sentire è il dato: una zona più rigida, un respiro che si blocca. Interpretare è la spiegazione che aggiungiamo subito dopo, «è stress», «qui c'è un blocco». La prima cosa appartiene alla persona che abbiamo davanti, la seconda appartiene a noi. Tenerle separate è la base dell'ascolto, e serve anche a non attribuire a qualcuno vissuti che non ha mai raccontato.

Un operatore può dire a un cliente che cosa ha?

No. L'operatore olistico non formula diagnosi e non prescrive terapie: è una professione non organizzata in ordini, disciplinata dalla Legge 4/2013. Può descrivere quello che osserva, con parole prudenti, e quando emerge qualcosa che riguarda la medicina il compito è indirizzare la persona verso un professionista sanitario.

Come si partecipa a un incontro del Club?

Gli incontri si svolgono su Zoom, un giovedì al mese dalle 20:30 alle 23:00. Chi è iscritto trova il link nella propria area: non ci si prenota per il singolo incontro, ci sono tutti quelli che cadono mentre l'abbonamento è attivo — il mensile si rinnova di mese in mese, l'annuale copre dodici mesi. Di ogni incontro restano la registrazione, entro la mattina dopo, e un attestato di partecipazione.

A cura della redazione di Oligenesi Club, il club in abbonamento di Oligenesi, Scuola Professionale di Massaggio. I contenuti di questi articoli nascono dagli incontri dal vivo con i docenti dell’Accademia: ogni mese un tema diverso, con chi lo pratica tutti i giorni.

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In Oligenesi Club ogni mese c'è un incontro dal vivo con i docenti, la registrazione di ogni incontro e un attestato di partecipazione. Scegli il piano e sei dentro.

Le informazioni di questo articolo hanno scopo formativo e divulgativo. Non sostituiscono il parere di un medico o di un altro professionista sanitario.

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