Clienti da incubo: le situazioni difficili che nessun corso ti insegna

Una stanza di trattamento al tramonto, due poltrone e il lettino sullo sfondo
6 ottobre 20269 min di lettura

Chiunque faccia questo lavoro da qualche anno ha una piccola collezione di sedute andate storte. Non per la tecnica: per quello che è successo intorno alla tecnica. Una richiesta impossibile, una frase fuori posto, un silenzio che non si riusciva a riempire, una persona che non è più tornata senza dire perché. Di queste cose si parla poco, e quasi mai nei corsi, perché non stanno in un programma. Eppure sono la parte del mestiere che fa smettere più gente di quanto non faccia una manualità difficile.

Non esistono clienti da incubo, esistono situazioni

La prima cosa da togliere di mezzo è l’etichetta. Chiamare qualcuno «cliente difficile» chiude il discorso e sposta il problema su di lui. Quasi sempre la difficoltà non sta nella persona: sta in una situazione che non è stata nominata — un’aspettativa data per scontata, un confine che nessuno ha detto ad alta voce, una paura che nessuno ha chiesto.

Nominare la situazione, invece che etichettare la persona, è già metà del lavoro.

Chi arriva con la diagnosi già pronta

«Ho l’ernia, mi serve che mi sblocchi la L5.» Oppure, più spesso: «Ho letto che per questo ci vuole…». Arriva con il problema già definito e con la soluzione già scelta, e chiede a te di eseguirla.

Qui il rischio non è discutere: è accettare senza accorgersene un ruolo che non è il tuo. Se esegui la richiesta così com’è stai confermando una diagnosi che non ti compete; se la contraddici parti in conflitto. La via d’uscita è spostare il piano: non si discute la diagnosi, si torna a quello che tu puoi davvero osservare. «Quello che posso fare è lavorare sulla tensione che sento adesso, e dirti come risponde. Sulla causa, chi può dirtelo è il medico.»

Un cliente espone con insistenza la propria richiesta all'operatrice, in sala trattamenti

Quando la richiesta arriva già confezionata, il lavoro è riportarla su quello che puoi davvero osservare.

Chi vuole di più di quello che puoi dare

C’è chi arriva con un dolore che va avanti da anni, o con una situazione personale pesante, e porta nella stanza una speranza molto più grande di quello che un trattamento può fare.

È la situazione più delicata, perché la tentazione di non deludere è fortissima, e si risponde quasi sempre nello stesso modo sbagliato: promettendo un po’ di più. Una volta promesso, la seduta dopo bisogna confermare, e si entra in una spirale da cui si esce male. La risposta onesta non è fredda, è precisa: dire che cosa può succedere e che cosa no, e dirlo prima. Chi ha davvero bisogno di aiuto non viene allontanato dalla chiarezza: viene rassicurato.

Chi non parla, e chi parla troppo

Due estremi, stessa radice: il disagio di stare in una situazione intima con un estraneo.

  • Con chi non parla, l’errore è riempire tu il silenzio. Il silenzio di una seduta non è vuoto, è lavoro: va lasciato, con un paio di domande chiuse all’inizio e alla fine per verificare che tutto vada bene.
  • Con chi parla senza fermarsi, l’errore opposto è assecondare e trasformare la seduta in una conversazione. Si riporta l’attenzione con una frase sola, detta senza fretta: «Adesso ti chiedo di stare un po’ in silenzio e seguire il respiro, così senti meglio quello che facciamo.»
Una persona riposa sul lettino coperta da una coperta, l'operatrice resta in silenzio accanto

Un paio di domande chiuse all'inizio e alla fine bastano: in mezzo il silenzio si lascia stare.

Chi mette alla prova il confine

Succede, e succede più spesso a chi ha appena iniziato: una battuta ambigua, una richiesta fuori luogo, un contatto che va dove non deve. Non è una zona grigia, ed è bene saperlo prima di trovarcisi.

Il confine si difende meglio se è stato posato prima: spiegare all’inizio che cosa si farà e dove, chiedere il permesso prima di toccare una zona nuova, usare un linguaggio professionale per tutta la seduta. Un confine chiaro dall’inizio non va quasi mai difeso. E quando serve difenderlo, si fa con una frase breve, senza giustificazioni: «Questo non rientra nel trattamento. Se preferisci, ci fermiamo qui.» Una seduta interrotta è un problema piccolo; una seduta in cui si è rimasti per imbarazzo è un problema grande.

Chi non torna, e non dice perché

Il più frequente, e quello che lascia il dubbio peggiore. Quasi mai la causa è la tecnica: molto più spesso è qualcosa che non è stato detto — un’aspettativa diversa, un prezzo non chiarito, una sensazione di non essere stati ascoltati.

Si può fare una cosa semplice e quasi nessuno la fa: chiedere alla fine della prima seduta. «Com’è stato? C’è qualcosa che avresti voluto diverso?» Due minuti, e metà delle sparizioni si evita.

Tre frasi che salvano una seduta

  • «Non lo so, ma lo verifichiamo.» Toglie a te l’ansia di dover avere una risposta, e restituisce all’altro un percorso invece di una sentenza.
  • «Prima di continuare, ti spiego cosa faccio adesso.» Riporta il controllo nella stanza quando qualcosa si sta irrigidendo.
  • «Questo non è il mio campo, ma so a chi mandarti.» È la frase che distingue un professionista da un improvvisatore, e non ha mai fatto perdere un cliente a nessuno.
Operatrice e cliente sedute una di fronte all'altra mentre parlano prima della seduta

Quasi tutte le sedute che vanno storte si salvano prima, con una frase detta al momento giusto.

Perché queste cose si imparano in gruppo

Da soli, questi episodi restano aneddoti. Messi in fila con quelli di altri diventano casistica: ci si accorge che la richiesta impossibile l’hanno ricevuta tutti, che l’imbarazzo lo ha provato chiunque, e soprattutto si sente come l’hanno risolta persone che hanno vent’anni di cabina alle spalle.

È il motivo per cui in Oligenesi Club c’è un contenuto dedicato proprio a questo ogni mese — si chiama appunto Clienti da incubo — accanto agli altri due contenuti del mese, Sotto la lente e La clinica dei casi, oltre alla serata dal vivo. Non per avere una formula, che non esiste, ma per smettere di pensare che capiti solo a noi.

Domande frequenti

Posso rifiutare un cliente?

Sì, ed è talvolta la cosa più professionale da fare. Se la richiesta esce dal tuo campo, se il confine non viene rispettato o se non te la senti, si può dire di no spiegando il motivo e, quando possibile, indicando a chi rivolgersi.

Cosa faccio se una persona mi racconta un problema di salute serio?

Si ascolta senza interpretare e si indirizza. Non si valuta la gravità, non si ipotizza una causa e non si dice mai di sospendere una cura: il compito è accompagnare verso chi può occuparsene.

Come gestisco chi chiede uno sconto o continua a spostare l’appuntamento?

Con una regola scritta prima e uguale per tutti: condizioni, tempi di disdetta, prezzo. Quasi tutte le discussioni su questi punti nascono da qualcosa che non era stato messo nero su bianco.

Devo giustificare un rifiuto?

No. Una frase breve e ferma è più efficace e più rispettosa di una spiegazione lunga, che finisce per sembrare una trattativa.

Se una seduta va male, è colpa mia?

Non necessariamente, ed è la domanda sbagliata. La domanda utile è un’altra: che cosa non è stato detto all’inizio, e che cosa posso dire prima la prossima volta.

A cura della redazione di Oligenesi Club, il club in abbonamento di Oligenesi, Scuola Professionale di Massaggio. I contenuti di questi articoli nascono dagli incontri dal vivo con i docenti dell’Accademia: ogni mese un tema diverso, con chi lo pratica tutti i giorni.

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In Oligenesi Club ogni mese c’è un incontro dal vivo con i docenti, la registrazione di ogni incontro e un attestato di partecipazione.

Le informazioni di questo articolo hanno scopo formativo e divulgativo. Non sostituiscono il parere di un medico o di un altro professionista sanitario.

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